DI RAFFAELLO MACELLONI – Parliamo dell’artista con il cortometraggio “Dove non siamo stati” di Mauro Santini

Voglio cambiare psicologo. Lui dice che devo ritrovare entusiasmo, tornare un po’ bambino, credere di più in quello che faccio e ascoltare i miei bisogni interiori; quelli dell’inconscio che spesso sentiamo ma ignoriamo. Che devo godere anche quando le cose non vanno come vorrei. Ne vale la pena, dice. Ma che c’entra questo con Mauro Santini e Corso Salani? Datemi ancora qualche riga e ve lo spiego.

Dove non siamo stati è un cortometraggio del 2010 di Mauro Santini. Un omaggio fatto dal regista a Corso Salani nell’anno della sua morte. Corso è stato un attore, sceneggiatore e regista fiorentino; magari qualcuno di voi se lo ricorda per aver interpretato Rocco ne Il muro di gomma diretto da Marco Risi.

Salani era nato a Firenze il 9 settembre del 1961, ed è morto per un malore improvviso a soli 48 anni.

La cifra stilistica del suo cinema è sempre stata la commistione fra documentario e finzione, osservazione della realtà e rielaborazione poetica, reportage d’autore e cinema narrativo.

Salani ha mosso i primi passi nel cinema da ragazzo, frequentando l’Istituto di Scienze Cinematografiche diretto da Fabrizio Guarducci e di cui era presidente Tinto Brass. Nel 1984 ha girato Guerra, uno dei primi videoclip dei Litfiba con Piero Pelù di cui era molto amico.

Insieme a Santini aveva girato un film dal titolo Dove sono stato in cui lui, Salani, era il protagonista. Ambientato a Lisbona dove Corso stava cercando Aldo, un suo amico scomparso, racconta per tutto il film con la sua voce fuori campo questo viaggio. Inquadra tutti i luoghi o le strade che ha percorso in questa ricerca disperata di Aldo che, alla fine, non troverà mai. Ecco perché Santini quando muore il suo amico Corso realizza Dove non siamo stati in cui riprende alcuni frammenti della voce di Salani che prova le battute del film Dove siamo stati e le monta su alcune immagini della campagna marchigiana. Un omaggio, appunto, all’artista e all’amico che Corso era.

È una sfida perché il corto non ha attori; solo natura e una voce fuori campo. La mancanza di una trama tradizionale potrebbe disorientare ma è proprio questa assenza a permettere al pubblico di immergersi completamente nell’aspetto emotivo dell’opera. La mancanza di una narrazione lineare apre spazio all’interpretazione personale lasciando che le emozioni fluiscano attraverso le immagini suggestive e la voce narrante. Ed è qui che inizia il viaggio.

Boschi ricchi di piante verdi, foglie, nuvole, rami che si muovono al vento si fondono con la voce di Salani che recita un testo spezzettato, frammentato: non sono altro che scarti di registrazioni. Questo approccio conferisce al cortometraggio un carattere unico, trasmettendo un grande senso di autenticità. Porta in scena l’errore, il silenzio, il dubbio, l’assenza, l’incertezza. La voce che si interrompe crea una sensazione di casualità, come se stessimo vivendo un momento intimo e autentico proprio con Salani stesso. Questa scelta artistica contribuisce a consolidare l’atmosfera di spontaneità e genuinità che permea l’intero lavoro. Qui, entriamo in gioco noi: il pubblico.

La partecipazione da spettatore è attiva, non stiamo seduti comodi sul divano a vedere immagini o a seguire una storia che ha un inizio e una fine. No, assolutamente no. Quei momenti di pausa, quei silenzi li riempiamo noi. Sono bastardi, i silenzi. Perché ti svegliano alle tre di notte all’improvviso, si insinuano come un tormento, amplificano il ronzio delle preoccupazioni e delle domande senza risposta. Quelle a cui il mio psicologo mi chiede di porre l’orecchio. Sta tutto lì, dice. Quello che a me sembrava solo teoria ora mi torna tutta indietro con delle immagini di campagna e un po’ di silenzi in sottofondo. Allora fare cinema vale davvero la pena? Se con poche immagini riesce a fare questo. Allora è vero che dobbiamo godere di tutto anche quando le cose non vanno come vorremmo perché, certamente, Santini non immaginava neanche nei suoi giorni più tristi di fare un omaggio così al suo amico Corso. E chi ci penserebbe mai? Nonostante questo, io, semplice fruitore del film, sono qui a pormi questioni che diversamente non mi porrei. Che strano, il cinema.

E poi questa mano che dal nero sullo schermo ci apre la vista sul paesaggio. Torna spesso in tutto il corto. Una semplice mano che agisce come il ricordo affettuoso di quando, da bambini, ci venivano coperti gli occhi in attesa di una sorpresa. Ci porta in un luogo speciale o di fronte a un regalo tanto sognato. È questo, dunque, il regalo? Sembra che Santini ci suggerisca di non aver paura di stare da soli; soltanto così potremmo andare in posti dove non siamo mai stati. Credo.

Mi sa che me lo tengo, ‘sto psicologo.