DI BEATRICE BARDELLI – Presentato il secondo lungometraggio della regista, “Te l’avevo detto”

In una Roma in allerta climatica dove in gennaio si registrano straordinariamente temperature di oltre 30 gradi, la 44enne Ginevra Elkann ha scelto di ambientare il suo secondo lungometraggio, “Te l’avevo detto”, quattro anni dopo il suo debutto con “Magari”, candidato al David di Donatello nel 2021 nella sezione “Miglior regista esordiente”. Elkann è un enfant prodige della famiglia Agnelli-Elkann (nipote di Gianni Agnelli e sorella di Lapo Elkann) che ha il cinema nel sangue con un Master in Regia cinematografica alla London Film School. Nata a Londra nel 1979, a 19 anni è assistente alla regia di Bernardo Bertolucci in “L’assedio” ed a 20 anni è assistente video di Anthony Minghella per “Il talento di Mr Ripley”. La sua vita, prima del debutto alla regia, è una girandola di successi professionali come produttrice cinematografica. Nel 2009 ha fondato la Casa di produzione “Caspian Films” e nel 2012 la Casa di distribuzione cinematografica “Good Fils” insieme a Francesco Melzi d’Eril, Luigi Musini e Lorenzo Mieli. Nel film “Te l’avevo detto”, presentato al cineclub “Arsenale” di Pisa, il suo occhio cinematografico si è diretto verso due tematiche che preoccupano molto le giovani generazioni: il cambiamento climatico e le relazioni familiari.          

Il film. E’ stato tra i titoli di spicco nella sezione Grand Public della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Scritto a sei mani da donne (la regista, Chiara Barzini e Ilaria Bernardini) è un cocktail amaro dove si shakerano le vite di personaggi sui generis che non si conoscono, non hanno relazioni tra di loro (a parte un caso) ma vivono tutti quanti immersi in una ondata di calore anomalo per la stagione (gli alberi di Natale sono ancora accesi) che li fa bagnare di sudore. Sono “solitudini”, sono monadi su cui Elkann costruisce personaggi inquieti ed irrisolti che si creano un’immagine di facciata che non corrisponde alla propria natura interiore, massacrata dalle proprie scelte di vita. Per meglio rappresentarli, Elkann ha voluto al suo fianco Vladan Radovic che, con la sua fotografia giallo-arancio e nebbiosa nei contorni, accompagna il progredire delle vite irrisolte dei suoi personaggi fino all’esplosione orange incandescente delle ultime sequenze.  

I personaggi. C’è Gianna (Valeria Bruni Tedeschi), una donna fanatica che divide il proprio “io” ansiogeno tra l’ossessione per la religione, intesa come strumento di purificazione dei propri peccati, e l’attrazione compulsiva per il sesso sfrenato. Il suo idolo è Pupa (una Valeria Golino trasformata dal botulino e dalla lunga parrucca bionda), la sua cara amica di un tempo che tuttora fa un mestiere “proibito” che l’affascina tremendamente, la pornostar, ora sulla via del tramonto. C’è Caterina (Alba Rohrwacher), alcoolista, separata da un marito (Riccardo Scamarcio) che è capace di perdono per i suoi eccessi soprattutto quando “rapisce” il figlio per un’intera giornata alla ricerca di una intimità ed una affettività perduta a causa della sua dipendenza dall’alcool. Ritroveranno una complicità di affetti quando riusciranno a riportare a casa il cane zoppo, destinato a morte certa in un canile di periferia. In questo mondo al femminile ci sono altre figure di donne che lasciano il segno. C’è la figlia di Gianna, Mila (Sofia Panizzi) con una dipendenza ossessiva dal cibo che riempie il suo vuoto affettivo per avere una madre incapace di essere adulta e responsabile. Invertendo i ruoli è lei che si occupa e si preoccupa di questa madre incapace di gestire la propria vita quotidiana, ricordandole ogni giorno al telefono di prendere le medicine. C’è la ricca signora anziana, inferma (Marisa Borini), che Mila cura con amore, dedizione e con il rispetto che sente di dovere ad una donna gentile e generosa. Un cammeo che alleggerisce la tensione emotiva e climatica che pervade tutto il film. E poi c’è una coppia. Padre Bill (Danny Huston) e sua sorella (Greta Scacchi) appena arrivata dagli Stati Uniti con l’urna delle ceneri della loro madre defunta da lasciare nel camposanto acattolico della capitale. Bill è un prete anomalo perché dipendente dall’eroina e molto meno dipendente dalla sua vocazione religiosa. Come padre spirituale di Gianna si dimostra, infatti, irritato ed insofferente. Lei pretende di confessargli i propri peccati carnali, lui, da dentro il confessionale, non riesce a frenare l’irruenza verbale della donna che pretende l’assoluzione tout court per aver fatto sesso con l’uomo della sua migliore amica. In questa girandola di personaggi angoscianti si aprono piccoli sprazzi di leggerezza quasi comica. Come quando Gianna, insoddisfatta della “prestazione” del prete se ne va via indispettita non prima di avergli strappato di mano la scatola di biscotti fatti in casa con le sue manine che gli aveva portato in regalo.

Intervista

Lei ha creato dei personaggi molto fragili, tutti concentrati su se stessi e sui propri bisogni.
Tutti questi personaggi hanno un malessere, un buco che devono riempire in qualche modo. E cedono alla dipendenza, chi all’alcool, chi alla droga, ma anche al cibo, alla chirurgia plastica, al sesso, alla religione. Poi arriva il grande caldo che richiede loro di confrontarsi con quelli che sono i propri problemi che li portano alle dipendenze. Tutti hanno questo forte stato di ansia che è uno stato d’animo che ti fa stare molto dentro te stesso e poi con il caldo che fa è molto difficile vedere il mondo che ti circonda…

C’è tuttavia un personaggio che riesce ad allargare l’orizzonte dall’“io” al “noi” quando dice “guarda cosa abbiamo combinato”…
E’ Pupa, probabilmente il personaggio più risolto ed è il personaggio a cui, quando abbiamo scritto il film, siamo molto affezionate perché è un personaggio complesso che va al di là dei giudizi. E’ una donna che ha ricevuto molto giudizio, che ha sofferto molto ma grazie a tutto questo adesso è una donna risolta che ha un suo mondo grazie ai suoi gatti, ai pappagalli (che vanno a beccare il mangime sul terrazzino di casa al mattino, n.d.r.).

Questo film racconta la storia di quattro coppie di personaggi. In due casi la storia finisce in tragedia, in un caso con l’uccisione, nell’altro con l’abbandono, mentre negli altri due sembra più un lieto fine. Cos’è che salva in un caso e lascia un finale triste nell’altro?
Tutti i personaggi sopravvivono ad un trauma. Chi riesce a risolverlo alla fine lo supera perché riescono, grazie all’amore che hanno l’uno per l’altro, a dare un nome al loro trauma, riescono a superarlo. E Mila, la figlia di Gianna, che deve superare il trauma di questa madre che la vessa continuamente, quando decide di abbandonarla (la rinchiude a chiave in camera da letto, e se ne va via, n. d. r.) e decide di scegliere per sé, anche lei supera il suo trauma. Gianna, invece, non lo supera e nemmeno Caterina perché non riescono ad andare oltre, non riescono a superare il trauma. Non c’è la riparazione in questa maniera. Per me era importante trasmettere questo messaggio, che a volte si può superare il proprio trauma, ma a volte no.

In effetti, in questo film, l’elemento che angoscia di più è il rapporto con la madre. Madri oppressive, che tolgono l’aria di vivere ai loro figli e che in alcuni casi vengono risolte. Uno addirittura in modo quasi comico quando i due fratelli versano nel cesso le ceneri della madre “mostro”. L’altro è il caso della figlia che trova il coraggio di abbandonare la madre rinchiudendola a chiave in una stanza, infine il caso della madre alcolizzata. In questo caso è il bambino che lascia libera la mamma alcolizzata. Per me è il personaggio più equilibrato perché capisce fino in fondo che la madre ha bisogno di vivere la sua vita anche da alcolizzata ed in questo caso è il bambino che perdona. Non so se ho colto nel segno.                                                     
E’ proprio così. E’ uno strano caso della maternità in questo film. Quando abbiamo scritto e poi riletto il film ci siamo dette “Certo stiamo raccontando di madri da incubo”. Però purtroppo è il trauma con il padre o con la madre che ti porta alla dipendenza e in questo caso è con la madre. Ed era importante per me raccontare una maternità non sempre così in linea, non sempre così facile. Ma non è così e nessuno te lo dice, la maternità non è sempre salvifica. Volevo raccontare soprattutto il personaggio di Caterina, che racconta della sua difficoltà di essere madre ed è il figlio che alla fine la lascia andare, e di una madre terribile come Gianna. Non sono certamente delle madri modello ma è da lì che nasce tutto il problema.                                                                                    

Il suo film presenta una Roma attanagliata da una morsa di caldo africano assurdo dato il periodo natalizio. Ma il tema dello sconvolgimento climatico era stato trattato poco prima di lei dal film “Siccità” di Paolo Virzì. Un caso?                                                                                                        
Quando stavo scrivendo su Zoom il film ,in pieno Covid, eravamo tutti separati nelle nostre case, è arrivata la notizia di “Siccità”. Mi sono sentita disperata e per un attimo ho pensato di cambiare città, di ambientare la storia in un altro posto. Ma poi mi sono detta che era difficile rimpiazzare Roma per il peso che ha di monito e che sono cose che capitano. E’ molto interessante vedere che ci sono delle ansie e dei pensieri che sono comuni a tutti e che, quindi, è evidente che chi fa questo lavoro esprime queste ansie. Ed è molto probabile che tu ti troverai in questa situazione. Poi c’è stato “Adagio”  sempre ambientato a Roma con un caldo rovente…Per me, adesso, il tema più interessante è vedere come tante persone si affacciano a questo problema in modo completamente diverso.                                                                                                                                      

In questa Roma assediata dal caldo i personaggi del film sono vestiti pesantemente come se si trattasse di un gennaio normale. L’unico personaggio che si adegua al caldo indossando jeans e maglietta è il ragazzino. E’ un segnale? Ci spiega questa scelta?                                                             
I personaggi del film sono vestiti eccessivamente perché sono tanto intrappolati dentro se stessi che il corpo non ha più importanza. Io ho tre figli di 9, 11 e 14 anni, sono cresciuti costantemente con questa idea del riscaldamento climatico, dei problemi dell’ambiente e li vivono in un modo più forte di noi. Sono molto più consapevoli, hanno dei gesti a loro connaturati di rispetto per l’ambiente ma anche di vera e propria paura. Mi domando se non li stiamo rovinando con questa paura perché non hanno un’infanzia libera. E loro sono anche arrabbiati con noi per la nostra non capacità  a vedere. Come i personaggi del film  che hanno delle dipendenze e non vedono quello che sta succedendo. Penso che tutti noi siamo dipendenti dai nostri stili di vita…finché non si arriverà ad una batosta incredibile e allora sarà molto probabile che qualcosa cambi.                                                                          

Lei è riuscita a fare un lavoro incredibile, insieme a Vladan Radovic, per far sentire allo spettatore quel calore attraverso il colore delle inquadrature, dal gialloarancione, all’arancione accecante delle ultime scene. Ed a far percepire, anche visivamente,  che quei personaggi, immersi in una specie di nebbia dove i contorni sono sfumati, sembrano staccati dalla realtà.      
E’ stato un lavoro lungo con Vladan per capire come si racconta il caldo e questo ha richiesto molta preparazione. Abbiamo trovato queste immagini nella Cina dove c’era questo caldo umido in una città molto inquinata dove viene fuori questo colore arancione. Siamo partiti da lì ed abbiamo capito come cresce questo caldo con questa nebbia, con questa foschia che fa diventare il colore di un inverno normale in arancione. Il film è diviso in quattro fasi ed ognuna è una fase di colore dove i personaggi sono sudati in un certo modo. Abbiamo fatto numerose prove con la macchina da presa per far vedere questo crescere del sudore. Ci siamo ispirati anche a molti pittori ed abbiamo guardato molti quadri per  ispirarci. Per quanto riguarda la nebbia, è stata una scelta molto importante quello di immergere i personaggi dentro questa nebbia. Perché la nebbia, la foschia, danno un filtro che toglie i confini e questi personaggi hanno confini molto laschi.