DI BEATRICE BARDELLI – L’artista racconta il suo debutto cinematografico e il dramma del mobbing all’ex Ilva di Taranto

Il caso dell’ex Ilva di Taranto sta riempiendo le pagine dei giornali in questo periodo. E probabilmente grazie al focus che ne ha fatto Michele Riondino al suo debutto come regista con “Palazzina Laf”, una storia vera raccontata con toni grotteschi anche se profondamente drammatici, per denunciare al mondo il primo caso di mobbing in Italia, un caso giudiziario che ha fatto scuola nella giurisprudenza sul lavoro. La ribalta del Festival di Sanremo è stata il top a livello nazionale quando il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ne ha parlato durante la conferenza stampa con Amadeus. Ma anche a livello parlamentare il problema dell’Ilva è riemerso proprio grazie al film di Michele Riondino che, il 13 febbraio, ha presenziato, insieme al cantautore Antonio Diodato che nel filma canta “La mia terra”, colonna sonora del film “Palazzina LAF”, alla proiezione in Senato del suo film di esordio. Intanto le varie associazioni tarantine hanno annunciato una manifestazione per il 23 aprile. Noi abbiamo incontrato Michele Riondino al Cineclub “Arsenale” di Pisa.

Foto di Enikò Lòrinczi per Cinema Arsenale

Intervista

A lei, figlio di un operaio dell’Ilva di Taranto, il destino poteva aprirle un’altra strada…

Come figlio primogenito di un operaio avrei potuto trovare un lavoro sicuro entrando in fabbrica all’Ilva grazie ad un accordo fatto tra sindacati, governo e industriali che prevedeva la possibilità di dare il posto di lavoro del genitore al primogenito…

Invece ha scelto la strada del cinema, come attore ed ora come regista. Come ha deciso di diventare regista?

Non ho velleità registiche ma ho avuto la fortuna di avere un produttore che otto anni fa mi ha chiesto se avessi una storia da raccontare credendo che potessi dirigere un film ma io ci ho messo un po’ per capire che tipo di storia raccontare. Una volta trovata la storia, naturalmente legata al mio vissuto, l’ho raccontata al mio produttore ed il produttore non è scappato….Il mio caso è stato veramente un caso particolare. Ho seguito il consiglio del mio produttore che poi ha trovato i fondi ed ha convinto i vari soggetti che hanno deciso di puntare su questo film. Sono riuscito a sfangare anche al ministero…mi hanno dato due lire ma…sono stato fortunato? Forse sì, non lo so. Non ho avuto grosse difficoltà ma è stato lungo, molto lungo. La scrittura mi ha portato via molto tempo.

Come ha scoperto queste storie di impiegati confinati nella Palazzina Laf, “Palazzina laminazioni a freddo”?

Per il mio amore e rispetto, innanzitutto, per la verità. Quando ho deciso di raccontare la Palazzina Laf ho dovuto inevitabilmente scontrarmi con una narrazione che noi tarantini siamo stati abituati a conoscere di questa storia, una narrazione dopata, drogata, soggettiva. La prima volta che sentii parlare dei confinati della Palazzina Laf è stata attraverso i racconti di mio padre, di mio zio, degli operai, e raccontavano di gente lavativa, che non aveva mai lavorato in vita sua, insomma c’era un disprezzo verso questi confinati, questi impiegati. Si sottolineava il fatto che fossero impiegati perché “il lavoro vero lo fanno gli operai e non gli impiegati” dicevano. Dal punto di vista degli operai, in famiglia, c’era quindi la tendenza a sminuire il problema. Non era un problema il fatto di essere chiusi in un luogo senza far nulla, anzi. Mio zio, sindacalista della Fiom, non faceva altro che dire, come dice un lavoratore all’inizio del film, “ma magari mi mandavano a me alla Palazzina Laf!”. La storia era così ed io mi sono portato dietro questi racconti finché, poi, ho cominciato a farmi domande, a non fidarmi più del punto di vista degli operai e mi sono cominciato a informare, ho cominciato a leggere, un libro in particolare, un piccolo libriccino di Claudio Virtù, “Palazzina Laf. Mobbing: la violenza del padrone”, adesso rieditato (Archita, 2024, n. d. r.), scritto da uno dei confinati e pubblicato nel ’99. E lì i racconti erano diversi da quelli che mi venivano fatti. Molti mi dicevano di stare attento, che quei racconti non erano veri e allora è stato necessario andare a leggere e studiare le carte giudiziarie perché l’unica verità che abbiamo è la verità giudiziaria. Ed i racconti che ho raccolto sono racconti drammatici, anche paradossali, comici quasi, perché non era possibile immaginare una realtà come quella che mi è stata raccontata e che il film racconta solo in parte. Il disagio all’interno della palazzina ha a che fare anche con diversi tipi di patologie che sono state riconosciute loro. E’ stato importante per me seguire la verità giudiziaria e quindi raccontare anche attraverso le battute che sono state estrapolate dai racconti non solo dei confinati ma anche degli operai che vivevano lì in quegli anni e anche delle guardie giurate. Ho chiesto di lasciarmi un racconto anche al personaggio di Elio (Germano, nel ruolo di Giancarlo Basile, dirigente dell’ILVA, n. d. r.), che si è rifiutato di raccontarmi una sua verità, proprio perché io volevo essere oggettivo. Molti temevano che raccontassi una storia ideologica ma non era mia intenzione fare questo, tanto che buona parte del pubblico che entra in sala, molto spesso, si aspetta un film diverso. Invece ci si ritrova a osservare, a conoscere una storia fatta di lavoro, di lavoratori e di umiltà.

Si aspettava questo successo?

Il film sta andando bene, ma è stato un trappolone! Molti si aspettavano che il film avesse come tema centrale la malattia, il tumore, l’inquinamento e poi il mio percorso di attivista, il Primo maggio…tutta una serie di attività che ho svolto in questi anni. Anche molti miei detrattori, e ne ho diversi soprattutto a Taranto, sono venuti in sala a vedere il film proprio per cantarmele invece ho voluto fare una storia che potesse utilizzare il tema dell’inquinamento, della malattia in maniera laterale e che invece potesse affrontare il tema che per me è fondamentale e che in tutti questi anni da attivista non sono riuscito a far passare perché, in maniera molto becera, mi si accusa di essere un ambientalista come se ambientalista significasse qualcosa di fascista. Però ho sempre difeso il mio passato, la mia storia di operaista, di figlio di operai. Non sono, quindi, un ambientalista. Quello che faccio da diversi anni a questa parte non lo faccio in nome della difesa dell’ambiente, piuttosto sono per la difesa del lavoro, per la difesa di un’idea di industria, di un’idea di progresso, volevo che il film rispettasse i miei pensieri. Il film è il frutto di quello che in tutti questi anni avrei voluto raccontare e non sono riuscito a fare. In tutti questi anni ho sempre parlato attraverso il linguaggio degli altri, ho organizzato concerti, convegni, ho parlato del problema dell’Ilva, ma erano sempre gli altri a scegliere la narrazione.

Lei è pessimista o ottimista su quello che succederà a Taranto? Chiuderà o non chiuderà l’acciaieria? Qual è la sua posizione?                                                                                                            

Io sono per la chiusura. Faccio parte di un comitato che insieme ad altre associazioni è dal 2012, da quando l’ex Ilva è diventata una questione nazionale, che si occupa del problema ed abbiamo anche offerto un progetto. Conoscendo molto bene gli impianti, conoscendo come funzionano e soprattutto conoscendo quello di Taranto che è una acciaieria a ciclo integrale e che quindi ha una qualità di acciaio particolare che si può fare solo a Taranto e solo in quelle condizioni, abbiamo sempre detto che l’acciaio a Taranto non si può più produrre. Quegli impianti sono superati e si dovrebbero sostituire con altre tecnologie. Se c’è da produrre acciaio in Italia lo si faccia ma con tecnologie avanzate e si costruisca un’acciaieria da qualche parte. Noi abbiamo proposto fin dal 2012, ma non siamo stati neanche presi in considerazione, che per quei 4-5mila cassaintegrati si poteva pensare, da parte del governo, dei sindacati, di creare un corso di formazione che prevedesse poi un indirizzo di quella stessa forza lavoro per codificare il territorio. Perché la fine che ci spetta, lo spettro che pesa su Taranto, è quello di Bagnoli, un’acciaieria che sarà chiusa. E quella di Taranto chiuderà, ma non saremo noi a chiudere, la sta già chiudendo ArcelorMittal, che è il proprietario di maggioranza. E’ questo il paradosso. Il proprietario si sta prodigando per spegnere quell’acciaieria nel peggiore dei modi lasciando a Taranto l’inquinamento e la malattia. Da anni proponiamo ai governi, ai sindacati, qualora l’acciaieria dovesse davvero chiudere, di formare quella stessa forza lavoro per essere utilizzata per le bonifiche. I soldi ci sono, c’è il piano PNRR, ci sono i soldi che vengono dalla Comunità europea ma non c’è la volontà. Perché la volontà è quella di continuare a produrre ma questo non è più possibile. Non lo diciamo noi ma lo dice il mercato. Il 2023 si è chiuso con meno di 3 milioni di tonnellate di produzione quando, dicono, anche in campagna elettorale, che il loro progetto è quello di riportarla a 8 milioni di tonnellate cosa che, secondo noi, non è assolutamente possibile. Poniamo delle strade alternative. Vorremmo che ci fosse da parte delle istituzioni la disponibilità ad ascoltare una ipotetica strada che porti al piano B. Ed il piano B è la chiusura. Ce ne sono state di acciaierie che hanno chiuso, anche in Germania, ma non lo prendono in considerazione. Occuparsi di questa faccenda significa perdere voti e consensi.