DI GISELLA CALABRESE – Tratta dal best seller di Romy Hausmann, la storia è ispirata a fatti di cronaca reali e procede con un ritmo incalzante

Parla tedesco la nuova miniserie Netflix, basata sull’omonimo romanzo “Liebes Kind” che è stato un vero e proprio caso letterario in Germania. La mia prediletta, scritto da Romy Hausmann, edito in Italia da Giunti nel 2020 e ristampato quest’anno, è ispirata a fatti di cronaca reali, e per questo ancora più sconvolgente. Un thriller psicologico, diretto da Isabel Kleefeld, in cui si muovono personaggi diversi ma con una sola voce narrante, quella della piccola Hannah, bambina di 12 anni che è nata e cresciuta tutta la sua vita in una casa senza finestre, senza mai vedere la luce del sole ma solo quella artificiale dei neon.

Lo spunto reale

Sebbene la trama sia inventata, la scrittrice ha affermato di essersi ispirata a fatti di cronaca vera, soprattutto al caso di Elizabeth Fritzl, la ragazza segregata in un bunker costruito dal suo stesso padre, l’ingegnere Josef Fritzl, nel seminterrato di casa e lì tenuta prigioniera per ben 24 anni, durante i quali è stata ripetutamente violentata dal padre, noto anche come il mostro di Rotterdam,  e da cui ha avuto ben 7 figli. Anche il film Room, il film del 2015 diretto da Lenny Abrahamson con una strepitosa Brie Larson, si ispirò allo stesso caso, ma in maniera diversa.

I personaggi

Non sono pochi i personaggi che si muovono in questa piccola cittadina vicino Friburgo, ma sono soprattutto le figure femminili che si stagliano su tutte le altre. In primis Lena (Jeanne Goursaud), una bellissima ragazza sparita da ormai 13 anni, lasciando i genitori e l’ispettore di polizia che seguiva il caso inermi e sconcertati, ma mai arresi nella speranza di ritrovarla. E ancora Lena (Kim Riedle), ferito e soccorsa, darà il via allo svolgimento della vicenda. Hannah invece è la voce narrante, ovvero la figlia 12enne di Lena e magistralmente interpretata dalla giovanissima Naila Schuberth. Insieme a lei troviamo che un fratello minore, Jonathan (Sammy Schrein) il cui ruolo è più marginale.

Plot

Una notte, fuggendo disperata in un bosco in cerca di aiuto, una giovane donna (Kim Riedle) viene investita da un’auto. Ricoverata in ospedale, insieme alla figlia Hannah, che è rimasta illesa, riesce solo a dire il suo nome, Lena. L’ispettore di polizia Gerd Bühling (interpretato da Hans Löw) apprende del ritrovamento di una donna di circa 30 anni, bionda e con lo stesso nome e pensa che possa essere del suo vecchio caso di 13 anni prima. Immediatamente avverte i genitori di Lena, Karin e Matthias Beck (interpretati da Julika Jenkins e Justus von Dohnányi) che però, accorsi in ospedale, constatano che quella donna non è Lena, ma – primo colpo di scena – la bambina che è insieme a lei è sicuramente la loro nipotina, poiché assomiglia in maniera strabiliante alla loro figlia scomparsa e la stessa bambina li chiama “nonni.”

A questo punto il mistero si infittisce e lo spettatore ormai non può – e non vuole – più tornare indietro e segue le indagini dell’ispettrice Aida Kurt (Haley Louise Jones) che fa partire una ricerca a tappeto nella zona dell’incidente e cerca di risolvere il caso. Nel frattempo, l’unica fonte di informazioni è la piccola Hannah, che ha stretto subito un legame con l’infermiera Ruth (Birge Schade) ed è proprio attraverso il confronto tra le due che ascoltiamo i ricordi e i pensieri della bambina, che però cozzano spesso con quella che è la realtà visibile agli occhi degli adulti. A questo si aggiunge una corsa contro il tempo poiché presto si scopre che Hannah ha anche un fratello, Jonathan, che è rimasto nella loro casa insieme al loro padre, colpito a morte dalla loro madre, che continua a dire di chiamarsi Lena. Nel corso di sole sei puntate ci saranno molti colpi di scena, situazioni inaspettate e rivelazioni sconvolgenti, ma non vogliamo svelare nulla.

Punti di forza

In questa serie tedesca in cui nulla è lasciato al caso, è notevole l’attenzione e la cura ai dettagli, il dosaggio equilibrato dei colpi di scena che riescono davvero a stupire anche lo spettatore più esperto, e l’accortezza nella preparazione degli attori – soprattutto le attrici – che riescono a caratterizzare così bene i loro ruoli.

Le donne vere protagoniste

Sebbene la storia si apra con l’idea della donna come vittima, in realtà è proprio l’opposto. Umane, imperfette e spesso sole, le donne qui protagoniste hanno alcuni aspetti in comune, ma molti altri estremamente diversi.

C’è Lena, la vera Lena, quella scomparsa 13 anni fa, ragazza solare, spiritosa, libera, estroversa, che finisce per diventare la schiava sessuale di uno sconosciuto, ma anche nella situazione più difficile, non si abbandona alla disperazione e non perde se stessa. Poi c’è la seconda Lena, quella che in realtà si chiama Jasmin, forte, determinata, combattiva, che si ritrova a dover impersonare una donna tanto lontana da lei e crescere come una madre dei bambini che non sono suoi. C’è Aida, l’ispettrice esperta, intuitiva, sensibile ma determinata a svolgere bene il suo lavoro, anche a costo di prendersi rischi più grandi di lei e a trascurare i suoi affetti. C’è Karin, la madre di Lena, donna affranta e spezzata che non ha mai smesso di soffrire per la figlia scomparsa, ma tenta di andare avanti. Quando si ritrova a sperare di nuovo e le sue attese vengono disilluse, Karin chiude la porta a una seconda possibilità, quella di crescere la nipotina, Hannah, la figlia di Lena. Non la sente sua nipote, ha umanamente difficoltà a riconoscere e provare affetto per una bambina che non ha mai visto prima, sebbene sia tanto simile alla sua amata figlia scomparsa (un atteggiamento diametralmente opposto a quello del marito, Matthias). Infine c’è Hannah, “la bambina grande” come si definisce, totalmente plagiata da una figura paterna, l’unica che abbia mai conosciuto, e desiderosa di tornare in quella prigione da cui la madre (prima Lena e poi Jasmine) tante volte ha cercato di fuggire. Proprio perché Hannah non conosce la vita esterna, per lei il suo nido sicuro è quella casa senza finestre, fatta di regole rigide e un solo giocattolo, ma va bene così perché è l’unica realtà che possiede. Non riesce ad apprezzare quanto di bello esiste fuori perché è troppo lontano dal mondo come lo conosce lei e che le è stato costruito artificialmente intorno.

Il rapporto madre-figlia

Il rapporto madre-figlia è quello su cui si fonda la storia di partenza. Non quello tra Lena e sua madre, ma quello tra Lena e sua figlia Hannah. Un rapporto voluto e fortemente cercato dalla bambina con Lena/Jasmin.

È lei che ci fa capire cosa significhi essere abusate nella propria vita, nell’intimo, private della libertà, della scelta, del tempo, dell’affetto. Il modo in cui soffre, combatte con se stessa e la voce nella sua testa, il tentativo disperato di riappropriarsi della sua identità che il suo carceriere è riuscito così bene ad annullare, alza di molto il livello qualitativo della serie. La lotta che prima era contro una figura esterna diventa lotta interiore e la sceneggiatura è così ben scritta che lo spettatore non riesce a staccarsi dalla visione e crede ciecamente a ciò che Jasmin ci mostra. Kim Riedle non interpreta Lena, Kim Riedle è Lena per quanto è brava a restituirci una verità e una veridicità impressionanti.

Dall’altra parte, la bravura straordinaria della giovanissima Naila Schuberth alias Hannah. Una bellezza così pura e innocente con occhi impenetrabili, freddi, a tratti inquietanti. Le movenze e gli sguardi di una bambina che riesce a suscitare tenerezza e un secondo dopo quasi paura. A lei è affidato il compito di sorreggere molti momenti cruciali e sicuramente uno dei più importanti di tutto lo svolgimento della storia eppure riesce a farlo con naturalezza e senza sforzo.

Una questione di equilibrio

L’aspetto che maggiormente colpisce è come la storia sia sviluppata. Da un lato riesce a creare diversi livelli narrativi in cui ogni personaggio offre un contributo interessante e nuovi spunti su temi estremamente attuali come la violenza sulle donne, il diritto all’infanzia, lo stalking, il dolore, la perdita, la malattia mentale, la depressione. Dall’altro, i suoi personaggi si muovono come su una scacchiera, a passo lento, nel tentativo di non perdersi, cercando di ritagliarsi lo spazio giusto nella propria vita privata, a volte riuscendoci, altre volte no.

L’uomo normale e l’uomo deviato

A tal proposito, una menzione speciale va a Hans Löw che ha vestito i panni dell’ispettore Gerd Bühling. Amico di famiglia dei Beck, responsabile della ricerca della prima Lena, mai ritrovata. A differenza di molte serie crime con lo stesso tema portante, qui il poliziotto non riesce a superare il dramma, al punto che scopriamo il nome del suo malessere, la depressione, che lo attanaglia da anni. L’uomo che Löw mette sullo schermo è fragile, affranto, piegato su se stesso, che ha perso la speranza di ritrovare la ragazza viva, ma non si arrende all’idea di non riuscire a trovare il suo corpo. È come se potesse scrivere la parola “fine” solo dopo aver ritrovato Lena. Siamo molto lontani dall’idea del uomo tutto d’un pezzo che non molla mai, che si fa scudo con il fatalismo e persegue con la sua vita. L’ispettore Gerd è un buon professionista che affronta questa nuova fase con difficoltà, con fatica ma con ostinata determinazione. Un uomo normale, con punti deboli e che riconosce i suoi limiti ma non per questo abbandona i suoi propositi.

In ultimo, resta l’altra figura maschile che innesca tutta la storia, il carceriere, ovvero l’uomo che ha rapito Lena, segregandola, creando con lei una famiglia, seppur in modo malato e spaventoso. La scelta di non mostrare mai il suo volto fino all’ultima puntata non è molto originale, ma è interessante come sia stato costruito il personaggio, ovvero attraverso i ricordi, gli occhi e il vissuto delle “sue donne” e soprattutto con sua voce. Allo spettatore non serve vedere il suo volto e, senza accorgersene, quasi da subito non gli importa. Ciò che conta sono le azioni, i motivi, i dettagli che possano provare a spiegare una mente così malata. Poco importa se lo svelamento nel finale sia banale, perché ai fini plot narrativo è irrilevante. Non è una storia che vuole spiegare le ragioni del male, è una storia che lo vuole raccontare e lo fa molto bene attraverso chi lo subisce, non chi lo perpetra.

Una storia che vi terrà svegli, fino alla sua conclusione. E forse, anche dopo.