DI GORDIANO LUPI – La fiction presenta tutti i difetti di un’agiografia costruita a tavolino per rendere grande e magnifica la figura rappresentata, con una sceneggiatura banale

Ho visto la prima puntata della fiction Mameli – Il ragazzo che sognò l’Italia e credo di aver sofferto abbastanza per poter rinunciare alla seconda parte che va in onda stasera. Di sicuro mi perderò il romanzo di Giulio Leoni edito da Rai Libri, tratto dalla miniserie (incredibile!) perché di fantasiose ricostruzioni sulla figura di Mameli ne ho viste e ascoltate sin troppe. La realtà storica sul giovane poeta, morto a 22 anni, lo vede come patriota che ha partecipato ai moti di Genova e di Milano, oltre alla battaglia di Roma, ma – cosa più importante – autore delle parole del Canto degli Italiani, musicato da Michele Novaro.

Mameli è anche poeta d’amore, ha lasciato almeno due libri di liriche d’impostazione romantica, dove si presenta il sentimento secondo tutte le convezioni ottocentesche. Stiamo parlando di un ragazzo di 19 anni, sia quando scrive lirica d’amore, sia quando compone Fratelli d’Italia, che solo dopo il 1946 diventerà Inno Nazionale. La fiction presenta tutti i difetti di un’agiografia costruita a tavolino per rendere grande e magnifica la figura rappresentata, proprio quel che si dovrebbe evitare quando si ambisce a fare cinema biografico. Luca Lucini e Ago Panini – registi che incontro per la prima volta sulla mia strada – trasformano Mameli in una sorta di pop star ottocentesca, il baldo mazziniano si ferma persino per strada a elargire autografi vergati a penna sul testo del suo Fratelli d’Italia. E giù risate.

Credo che la Cuba castrista abbia realizzato sceneggiati meno fasulli sull’epopea di Che Guevara e Fidel Castro, forse persino l’Unione Sovietica dei bei tempi non ha santificato Lenin a tal punto. Per non parlare della tragica storia della ragazza promessa sposa a Goffredo che si suicida (in un eccesso splatter) pugnalandosi sull’altare per non sposare l’uomo che l’avrebbe sottratta al bel poeta. Mameli – Il ragazzo che sognò l’Italia presenta parti involontariamente comiche, dialoghi imbarazzanti, recitazione da filodrammatica, interpreti inadeguati.

Ma i problemi più grandi stanno in una sceneggiatura (colpevoli Antonio Antonelli e Michela Straniero) da telenovela colombiana. Fa sorridere l’idea che qualcuno abbia potuto pensare di ricavare un romanzo da una tal serie di banalità e di falsità storiche. Ma è stato fatto, quindi più che ridere dovremmo piangere. Fiction da evitare.