DI GORDIANO LUPI – Uno spaccato di storia del cinema, un mix di neorealismo e melodramma, corretto al neorealismo rosa, girato in un livido bianco e nero

L’antivigilia di Natale a rivedere un vecchio film di Totò, che poi non sarebbe di Totò ma con Totò, il film è del regista, in questo caso il napoletano Antonio Musu che di pellicole ne ha girate soltanto due: Totò e Marcellino (1958) e Il prezzo della gloria (1955). La fama dell’attore rende imprecisi, perché (purtroppo) chi si ricorderà mai del bravo Musu, sceneggiatore e documentarista, direttore di produzione, cineasta a tutto tondo, morto all’età di 63 anni? Non solo, Musu è uno di quei cinematografari che si citano più come consorti di un’attrice famosa (Jone Salinas) che per le opere, anche se ha vinto un Nastro d’Argento come produttore de La battaglia d’Algeri di Gillo Pontecorvo.

Detto questo, il film che ho rivisto – anche se sarebbe meglio dire visto, ché la prima visione risale ai tempi in cui non avevo l’età della ragione – s’intitola Totò e Marcellino. Passato in parrocchia, al Sacro Cuore di via Corsica, credo nel 1968, nella saletta di via Landi, dove un tempo c’era la vecchia chiesa, di sicuro mi deluse ché io cercavo il Totò lazzi e frizzi, battute e smorfie, insomma quello che piaceva a noi bambini. E invece in Totò e Marcellino trovi il Totò grande attore, quello che convince Pasolini a renderlo interprete di Uccellacci e uccellini, La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole? Trovi il Totò maturo che dà vita a un personaggio tragicomico che vive di espedienti in borgata, solidale con chi è più povero di lui; incontri il carattere dell’italiano nel primo dopo guerra che fa le collette per celebrare i funerali dei nullatenenti.

Totò è il professore, un ladro matricolato che vive in un vecchio autobus scassato dove piove dal tetto, riadattato a singolare abitazione, che si finge zio di un orfanello e stringe con lui un rapporto di amicizia solidale. A un certo punto arriva il vero zio – altri non è se non uno sfruttatore di donne e bambini -, che (come in Oliver Twist) manda le prime a fare la vita, i secondi a mendicare per le strade di Roma. Totò si mette a lavorare come banda ambulante dotata di ogni tipo di strumenti che si porta in spalla e vaga per il quartiere cercando le prove del malaffare del vero zio, per avere di nuovo con sé Marcellino.

Un film intriso di una religiosità genuina basata sulla compassione per gli umili, persino per una madre prostituta (non si dice mai in modo esplicito) che è in Paradiso di sicuro, perché le mamme vanno tutte in Paradiso. Un lavoro scritto e sceneggiato niente meno che da Pasquale Festa Campanile e da Massimo Franciosa, oltre ad Antonio Musu, che indaga sulla vita delle borgate romane e sulla situazione complessa nei quartieri popolari prima del boom economico. Colonna sonora del grande Carlo Rustichelli, che accompagna ogni sequenza in un crescendo di intensità drammatica, fotografia in bianco e nero di Riccardo Del Frate (luminosa e viva), montaggio consequenziale di Otello Colangeli, tra dissolvenze poetiche e stacchi suggestivi. 

Totò e Marcellino è uno spaccato di storia del cinema, un mix di neorealismo e melodramma, corretto al neorealismo rosa, girato in un livido bianco e nero, in formato quadrato (4:3), da schermi d’altri tempi, utile anche adesso per narrare storie nostalgiche; tono da commedia con momenti drammatici che non disturbano, anzi, conferiscono spessore alla pellicola. Il bambino si chiama Marcellino, per citare Marcellino pane e vino, il capolavoro del 1955 di Ladislao Vajda che aveva fatto furore, soprattutto nel mondo dei bambini. Tra l’altro il piccolo interprete del ruolo di Marcellino è proprio Pablito Calvo, lo stesso del film spagnolo, doppiato da Ludovica Modugno, come in Marcellino pane e vino. Curiosità sugli interpreti secondari. Lo zio perfido è Fanfulla (Luigi Visconti), un attore comico molto noto negli anni Cinquanta; Ardea è la moglie del regista, la bella Jone Salinas; Memmo Carotenuto è la guardia comunale Zeffirino, amico del professore, che non vorrebbe mai doverlo arrestare. Totò sovrasta tutti, come naturale, instaurando un rapporto intenso con il piccolo, che nel finale – per andare all’inferno a ritrovare la madre – incendia la povera casa dell’amico. Ed è così che Totò deve far capire al piccolo l’assurdità del suo pensiero, ché le mamme non sono mai dannate, salvo situazioni molto rare, ma non è il caso di sua madre, che faceva il mestiere più antico del mondo per mantenere un figlio.

Lacrime di dolore e sprazzi di felicità compongono la smorfia terminale del grande Totò, in questo film molto vicino ai canoni di Charlie Chaplin, in un ruolo che lo accomuna al vagabondo Charlot. Film come questi fanno bene al cuore e ci riportano a periodi storici in cui gli italiani erano poveri ma belli, per tornare al neorealismo rosa, ricordandoci momenti del costume nazionale ed episodi del passato da custodire gelosamente. 

Regia: Antonio Musu. Soggetto e Sceneggiatura: Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Antonio Musu. Durata. 98’. Genere: Commedia, Drammatico. Formato: quadrato (3:4). Fotografia (B/N): Renato Del Frate. Montaggio: Otello Colangeli. Musiche: Carlo Rustichelli. Scenografia: Ottavio Scotti. Costumi: Pia Marchesi. Produttore: Luigi Rovere. Interpreti: Totò (il Professore). Pablito Calvo (Marcellino) – doppiato da Ludovica Modugno -, Fanfulla (lo zio Alvaro) – doppiato da Pino Locchi -, Jone Salinas (Ardea) – doppiata da Rosetta Calavetta, Memmo Carotenuto (Zeffirino), Wandisa Guida (la maestra), Nanda Primavera (la portinaia Rosina), Salvatore Campochiaro (l’avvocato), Marianna leibl (la contessa), Amelia Perrella (sora Amalia).